Gioco di specchi - Capitolo 5

Il cellulare stava vibrando. Era quello che teneva sempre nella tasca interna della giacca, quello che non tirava mai fuori, a meno di non essere completamente solo, al riparo da orecchi indiscreti. Quello che usava per lavoro.


“Cazzo, non ha un minimo di discernimento?” pensò rabbiosamente, rimanendo in ascolto. Era solo in casa, al momento, ma sapeva che di lì a pochissimo l’altro sarebbe rientrato. E quel maledetto continuava a vibrare.


- Che cazzo vuoi, si può sapere? – ringhiò, mentre afferrava la giacca dalla cassettiera su cui l’aveva posata poco prima e usciva sul terrazzo. Quando schiacciò il pulsante per accettare la chiamata e se l’accostò all’orecchio, però, la sua voce risuonò fredda, professionale.


- ? –


- Signor… John. Sono… -


- Lo so chi è, - lo interruppe lui, prima che l’altro potesse continuare a parlare. Che grandissimo idiota. Pieno di soldi da far schifo, e stava per fare una cazzata grossa almeno quanto il suo conto in banca, rivelando il suo nome in quel modo. Nessuno avrebbe mai intercettato la chiamata, dato l’apparecchio di disturbo che usava, ma il punto non era quello.


 


- Non eravamo rimasti d’accordo che l’avrei chiamata io? Che questo numero era da usare solo per le emergenze? –


- Perfettamente d’accordo, John. –


- E allora cos’è successo? E’ andato in bancarotta e non ha più soldi per pagarmi? L’anticipo che mi ha versato era tutto in dollari segnati? O ha cambiato idea? –


- Niente di tutto questo. – Se l’uomo dall’altra parte del filo era seccato per il suo sarcasmo pungente, lo mascherava molto bene. – Non ho assolutamente cambiato idea. –


- E allora? – ripeté lui, cercando le sigarette nella tasca  dei pantaloni con la mano libera. – Quelle erano le mie idee di ‘emergenza’, ora mi dica la sua. –


 


Dove cazzo erano finite? Avrebbe giurato di avere ancora mezzo pacchetto da parte… a meno che non se le fosse fregate quell’altro. Probabile. – Stronzo, – mormorò a bassa voce, in modo che il suo interlocutore non lo sentisse.


-  ...La mia idea di ‘emergenza’ consiste nell’assicurarmi che i miei soldi vengano spesi bene. A che punto è? –


- Esattamente al punto in cui devo essere. –


- Vuol dire che ha già iniziato la relaz… -


- Sì, – lo interruppe. Per qualche strano motivo, il sentire quell’omuncolo parlare del rapporto che aveva stabilito tra loro due, gli dava fastidio. E poi aveva voglia di fumare e non poteva, una cosa che gli aveva sempre fatto venire il nervoso.


 


– Vuole anche sapere quante volte e come siamo andati a letto, oppure questo tipo di particolari non le interessa? –


- Credo che lei mi possa risparmiare i dettagli, sì. – Ci fu una pausa, come se l’uomo stesse riflettendo su qualcosa, poi riprese, - quanto tempo è? –


- Da quanto gli sto dietro, intende? O da quando ho iniziato a farmelo? – Il fatto che le due cose coincidessero era del tutto secondario, e di certo non l’avrebbe fatto sapere al suo ‘cliente’.


- La seconda. –


- Sono… quasi tre mesi. – Aveva esitato un attimo prima di dirlo, anche se in realtà lo sapeva benissimo. – Perché? –


- Perché mi interessa che quell’uomo sia cotto a puntino prima che lei… uhm, entri del tutto in gioco, se così si può dire. Voglio che sia disperatamente innamorato, e voglio che lei gli riveli tutto prima che la questione venga conclusa. Ogni singola cosa. –


- Gli accordi erano diversi, se ben ricordo. – Parlando, si era appoggiato alla ringhiera, ed ora la sua mano libera era stretta attorno ad una delle volute di metallo. – Molto diversi. -


- Lo so. Ed è per questo che sono disposto ad offrirle un extra. Una piccola gratifica di… diciamo, centomila dollari? –


- Centomila… ? –


- Esatto. Per il disturbo. – L’uomo fece una pausa per schiarirsi la gola, poi ci fu un attimo di silenzio. In lontananza, si riusciva a distinguere un rumore strano, quasi ritmico. Erano le unghie del suo cliente che tamburellavano contro il ripiano di un tavolo. Strinse più forte la ringhiera, fino a farsi diventare bianche le nocche, mentre aspettava che l’uomo riprendesse a parlare.


- ...In fondo, se ci riflette un attimo, non deve fare molto di più di quanto non fosse stato pattuito in precedenza. Deve solo aspettare un po’, in modo da far maturare le cose. I soldi che ci ho rimesso non mi interessano poi così tanto. Quelli posso anche prendermeli una volta che tutto è finito. Posso riprendermi tutto, con gli interessi. –


- Capisco. – Che altro avrebbe potuto dire? Quello era il suo, seppur momentaneo, datore di lavoro. Lui pagava, lui dava gli ordini.


- Lo voglio vedere schiacciato psicologicamente, piuttosto che rovinato. –


A quelle parole, ingoiò a vuoto, la gola improvvisamente secca, poi, finalmente, si costrinse ad aprire la mano. Impressi nel palmo, aveva i segni lasciati dal ferro battuto della ringhiera. Sorrise, sarcastico. - Sa, non è facile costringere qualcuno ad innamorarsi di qualcun altro. Pur non essendo materia di mia competenza, mi risulta che questo genere di cose non funzioni propriamente a... comando. -


Il tamburellare di prima cessò. - Sono convinto che, con altri centomila, lei riuscirà a trovare le parole giuste per farlo cedere. Che ne dice? –


- Dico che va bene, - rispose lui alla fine, - farò del mio meglio. -


- Di questo ne sono sicuro, John… -


Avrebbe potuto chiudere la comunicazione a questo punto, ma qualcosa nella voce del suo interlocutore lo indusse fare altrimenti. - Sì? – chiese, mascherando l’interessamento dietro una patina di gelida cortesia.


- Quell’uomo... lui ha molto... fascino... –


Lo so, avrebbe voluto rispondere, lo so benissimo. Invece si lasciò sfuggire una risatina ironica. -  I soldi, mio buon amico, ne hanno molto di più. –


 


*****

 

Seduto comodamente in auto, Lui osservava il paesaggio parigino scorrere dal finestrino, la mente assorta in mille pensieri.

 

Fu lo squillo insistente del cellulare a riportarlo alla realtà. Lo prese dalla tasca interna della giacca e, quando vide il nome sul display, alzò un sopracciglio. Era convinto fosse il suo amante, e invece…

 

- Ciao, uomo, – disse, divertito.

 

- E’ mai possibile che, se voglio sentirti, devo essere io a chiamarti? – chiese di rimando la persona all’altro capo del filo.

 

- Sono stato molto occupato, ultimamente. –

 

- Non mi dire che… -

 

- Sì, – tagliò corto Lui. Non amava parlare troppo delle sue “vittime”, con nessuno, nemmeno con un suo caro amico.

 

In fin dei conti, faceva quel lavoro da molto tempo e, se c’era una cosa che aveva imparato, era che meno gente sapeva, meglio era per tutti.

 

- Amico, possibile che tu non abbia ancora imparato la lezione? –

 

- Non so di che lezione tu stia parlando. –

 

- Sai benissimo a cosa mi riferisco. –

 

- Sì, e sinceramente, non mi interessa. Dovresti saperlo, ormai, – rispose Lui. Si accomodò meglio sul sedile dell’auto, avere un autista a disposizione era una cosa che amava molto, guidare lo annoiava.

 

- Va bene. Hai vinto. Cos’è? Uomo o donna? –

 

- Uomo. – Secco. Quasi brutale.

 

- Giovane? –

 

- Ah, amico mio, dovresti saperlo che, in questo campo, non sono affatto classista. –

 

La risata dell’altro gli giunse da lontano, da un altro mondo. Alla fine, aveva sempre finito per raccontargli quasi tutto, era effettivamente l’unica persona di cui si fidasse sul serio, ma, in questo caso, non voleva esporsi troppo.

 

Il suo nuovo amante era ben diverso da quelli che aveva avuto fino ad allora, perlomeno questa volta ne aveva scelto uno decisamente interessante. Considerando che lui amava giocare, in tutti i sensi, aveva trovato pane per i suoi denti.

 

- Lo sai che non amo farti la predica… - riprese l’altro.

 

- Cosa? Non ami farmi la predica? Avanti, è una delle cose che ti riesce meglio, – lo interruppe Lui, ridendo di gusto.

 

- Va bene, lo faccio spesso, grazie a te, direi. Ma ora stammi bene a sentire, evita di fare stronzate. –

 

- Non farò stronzate. –

 

- Dico sul serio… non so per quale motivo, ma ci tengo a te. Non farmi preoccupare. –

 

L’auto si fermò davanti al palazzo dove viveva con il suo amante. Fra un po’ sarebbe entrato in casa, lo avrebbe baciato e poi, come sempre, sarebbero finiti a letto. Chiuse gli occhi, appoggiando la testa contro il sedile.

 

- Sono grande abbastanza da badare a me stesso, dovresti saperlo. Però, ti ringrazio per la premura. – A nessuno sarebbe sfuggita la nota ironica nella sua voce. – Aspetta un attimo. -

 

L’autista venne ad aprirgli la portiera e Lui scese, salutandolo con un cenno del capo, poi si incamminò verso l’atrio del palazzo. - Ok, a posto. Dicevi? –

 

- Immagino tu non voglia sentirne parlare, però io lo faccio lo stesso. Pensavo che l’ultima esperienza, quello che è successo con quel ragazzo, ti avesse fatto cambiare idea sul tuo stile di vita. –

 

- E invece ti sbagliavi. Visto che io sono un insensibile bastardo, non ho cambiato proprio nulla, – rispose Lui, seccato, mentre aspettava l’ascensore.

 

- Cazzo! – sbottò l’altro, – perché? Insomma, io non capisco. Non ti manca nulla, perché vuoi rischiare di finire in galera? –

 

- E’ eccitante. Tutto questo, intendo. Mi piace. Sono fatto così, amico, prendere o lasciare. -  Sorrise quando sentì l’amico sbuffare dall’altro capo del filo, gli sembrava di vederlo.

 

- Sai cosa mi sto domandando ora? –

 

- …Perché mi stai facendo per la millesima volta lo stesso discorso, quando sai già come andrà a finire? – disse Lui di rimando, chiudendosi nell’ascensore.

 

- Esatto, e anche questa volta, abbasso il capo e mi ritiro. Hai vinto tu. –

 

- Non essere melodrammatico, ora. –

 

- Non lo sono, semplicemente mi sento, come dire, sconsolato. -

 

- Immagino. Ma dimmi… com’è questa volta colei che ti consolerà? Bionda o bruna? –

 

- Rossa, – rispose l’altro ridendo di gusto.

 

In quel momento le porte si aprirono, e Lui uscì dall’ascensore, ritrovandosi sul pianerottolo di fronte all’appartamento. Ancora qualche passo e sarebbe stato tra le braccia del suo amante, una buona scopata era quello che ci voleva per cancellare le parole dell’amico.

 

Lo sapeva bene, poteva dire ciò che voleva, essere sarcastico, ironico, indisponente, ma dal giorno in cui aveva saputo della morte di quel ragazzo, qualcosa in lui era cambiato. In modo impercettibile, ma si faceva sentire.

 

- Ora ti devo salutare. –

 

- Va bene. Ci sentiamo presto, vero? –

 

- Mi farò sentire appena posso. –

 

- Stai attento. –

 

- Sempre, papino, stai tranquillo. Ciao. –

 

 

Non aspettò di sentire la risposta dell’altro, aveva già chiuso la comunicazione nel momento stesso in cui varcò la soglia, quando vide il suo amante rientrare dal terrazzo, spegnendo a sua volta il cellulare.

 

- Ciao, – salutò il ladro.

 

- Ciao, – rispose il killer.

 

 

Continua…